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Title: Uniformità alla Volontà di Dio
Creator(s): Liguori, Alphonsus de, St. (1696-1787)
Language: Italian
Rights: Public Domain
CCEL Subjects: All; Classic; Ethics; Christian Life;
LC Call no: BX4700 .L6 A25
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Alfonso de’ Liguori
Uniformità alla Volontà di Dio
Opere Spirituali - Bassano 1777
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Tutta la nostra perfezione consiste nell’amare il nostro amabilissimo
Dio: Charitas est vinculum perfectionis. (Col. 3.14). Ma tutta poi la
perfezione dell’amore a Dio consiste nell’unire la nostra alla sua
santissima volontà. Questo già è il principale effetto dell’ amore,
dice S. Dionigi Areopagita (de Div. Nom. c. 4.) l’unire le volontà
degli amanti, sicchè abbiano lo stesso volere. E perciò quanto più
alcuno sarà unito alla divina volontà, tanto sarà maggiore il suo
amore. Piacciono sibbene a Dio le mortificazioni, le meditazioni, le
communioni, le opere di carità verso il prossimo; ma quando? quando
sono secondo la sua volontà; ma quando non vi è la volontà di Dio, non
solamente egli non le gradisce, ma le abbomina, e le castiga. Se mai vi
sono due servi, l’un de’ quali fatica tutto il giorno senza riposare,
ma vuol fare ogni cosa a suo modo, l’altro fatica meno, ma ubbidisce in
tutto: certamente il padrone amerà questo secondo, e non il primo. Che
servono l’opere nostre allà gloria di Dio, quando non sono secondo il
suo beneplacito? Non vuole il Signore sacrifici (dice il Profeta a
Saulle), ma l’ubbidienza a’ suoi voleri: Numquid vult Dominus
holocausta, et victimas, et non potius, ut obediatur voci Domini? . .
Quasi scelus idolatriae est nolle acquiescere. (1 Reg. 15.22) l’uomo,
che vuole operare per propria volontà senza quella di Dio, commette una
specie d’Idolatria, poichè allora in vece di adorare la volontà divina,
adora in certo modo la sua.
Questa dunque è la maggior gloria, che noi possiamo dare a Dio,
l’adempire in tutto i suoi santi voleri. Il nostro Redentore, che venne
in terra a stabilire la divina gloria, questo principalmente venne ad
insegnarci col suo esempio. Padre: Hostiam et oblationem noluisti,
corpus autem aptasti mihi; tunc dixi ecce venio, ut faciam, Deus,
voluntatem tuam. (Heb. 10.5) Voi avete rifiutate le vittime, che
v’hanno offerte gli uomini; voi volete, ch’io vi sacrifichi il corpo,
che m’avete dato, eccomi pronto a fare la vostra volontà. E di ciò si
protestò più volte, ch’egli era venuto in terra non a fare la sua, ma
solamente la volontà del suo Padre: Descendi de caelo, non ut faciam
voluntatem meam, sed voluntatem ejus qui misit me. (Jo 6.38) Ed in ciò
volle, che’l mondo avesse conosciuto l’amore, che gli portava al suo
Genitore, in ubbidire alla sua volontà, che lo volea sagrificato sulla
croce per la salute degli uomini; così appunto disse nell’orto,
allorchè andò all’incontro a’suoi nemici, che venivano a prenderlo per
condurlo alla morte: Ut cognoscat mundus, quia diligo Patrem, et sicut
mandatum dedit Pater, sic facio; surgite, eamus hinc. (Jo 14.31) Ed in
ciò disse, ch’egli riconoscea che fosse suo fratello, chi avesse fatta
la divina volontà: Qui fecerit voluntatem Patris mei. (Matth 12.50)
ipse meus frater.
Tutti i Santi in ciò hanno avuta sempre fissa la mira in fare la divina
volontà, ben intendendo, che qui consiste tutta la perfezione
d’un’anima.. Diceva il B. Errico Susone (l. 2. c. 4) Dio non vuole, che
noi abbondiamo de’ lumi, ma che in tutto ci sottomettiamo alla sua
volontà. E S. Teresa: Tutto quello, che dee procurare chi si esercita
nell’orazione, è di conformare la sua volontà alla divina; e si
assicuri, che in questo consiste la più alta perfezione. Chi più
eccellentemente la praticherà, riceverà da Dio i più gran doni, e farà
più progressi nella vita interiore. La B. Stefana da Soncino Domenicana
essendo un giorno in visione condotta in cielo vide alcune persone
defonte, ch’ella avea conosciute, collocate tra’Serafini, e le fu
detto, che quelle erano state sublimate a tanta gloria per la perfetta
uniformità, che aveano avuta in terra alla volontà di Dio, che un
Serafino colla mia.
In questa terra dobbiamo apprendere da’Beati del cielo come abbiamo da
amare Dio. l’amor puro, e perfetto, che i Beati in cielo hanno per Dio,
è nell’unirsi perfettamente alla sua volontà. Se i Serafini
intendessero esser suo volere, che s’impiegassero per tutta l’eternità
ad ammucchiare le arene de’lidi, o a svellere l’erbe de’giardini,
volentieri lo farebbero con tutto il lor piacere. Più; se Dio facesse
loro intendere, che andassero ad ardere nel fuoco dell’Inferno,
immediatamente si butterebbero in quell’abisso per fare la divina
volontà. E questo è quello, che c’insegnò a pregare Gesù Cristo, cioè
l’eseguire la volontà divina in terra, come la fanno i santi in cielo:
Fiat voluntas tua sicut in caelo et in terra. (Matth. 6.10)
Il Signore chiamava David l’uomo secondo il suo cuore, perchè David
adempiva tutti i suoi voleri: Inveni virum secundum cor meum, qui
faciet omnes voluntates meas. (Act 13.22) Davide stava sempre
apparecchiato ad abbracciare la divina volontà, come spesso si
protestava: Paratum cor meum. Deus, paratum cor meum. (Ps. 56.8 et Ps.
107.1) E d’altro non supplicava il Signore, che d’insegnarli a fare la
sua volontà: Doce me facere voluntatem tuam. (Ps. 142.10) Un atto di
perfetta uniformità al divino volere basta a fare un santo. Ecco Saulo
mentre va perseguitando la Chiesa, Gesù Cristo l’illumina, e lo
converte. Che fa Saulo? che dice? non fa altro, che offerirsi a fare la
sua vonontà: Domine, quid me vis facere? (Act 9.6) Ed ecco, che’l
Signore lo dichiara vaso d’elezione, ed Apostole deele genti: Vas
electionis est mihi iste, ut portet nomen meum coram gentibus. (Act
9.15) Sì perchè quegli, che dà la sua volontà a Dio, gli dà tutto; chi
gli dà le robe colle limosine, il sangue col flagellarsi, i cibi
co’digiuni, dona a Dio parte di ciò, che tiene; ma chi gli dona la sua
volontà, gli dona tutto, onde può dirgli: Signore, io son povero, ma vi
dono tutto quel che posso; dandovi la mia volontà, non ho più che
darvi. Ma questo appunto è il tutto, che da noi pretende il nostro Dio:
Fili mi, praebe cor tuum mihi. (Prov 23.26) Figlio, dice il Signore a
ciascuno, figlio, dammi il tuo cuore, cioè la tua volontà. Nihil
gratius Deo (parla S. Agostino) possumus ei offerre, quam ut dicamus
ei: Posside nos. No, che non possiamo offerire a Dio cosa più cara, che
con dirgli: Signore possedeteci voi; noi vi doniamo tutta la nostra
volontà, fateci intendere quello che da noi volete, e noi l’eseguiremo.
Se dunque vogliamo compiacere appieno il cuore di Dio, procuriamo in
tutto di conformarci alla sua divina volontà; e non solo di
conformarci, ma uniformarci a quanto Dio dispone. La conformità
importa, che noi congiungiamo la nostra volontà alla volontà di Dio; ma
l’uniformità importa di più, che noi della volontà divina, e della
nostra ne facciamo una sola, sì che non vogliamo altro se non quello,
che vuole Dio, e la sola volontà di Dio sia la nostra. Ciò è il sommo
della perfezione, a cui dobbiamo sempre aspirare; questa ha da esser la
mira di tutte le nostre opere, di tutti i desideri, meditazione, e
preghiere. In ciò abbiamo da pregare ad ajutarci tutti i nostri santi
Avvocati, i nostri Angeli Custodi, e sopratutto la divina Madre Maria,
la quale perciò fu la più perfetta di tutti i Santi, perchè più
perfettamente ella abbracciò sempre la divina volontà.
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Ma il forte sta nell’abbracciare la volontà di Dio in tutte le cose che
avvengono o prospere, o avverse a’nostri appetiti. Nelle cose prospere
anche i peccatori ben sanno uniformarsi alla divina volontà; ma i santi
si uniformano anche nelle contrarie, e dispiacenti all’amor proprio.
Qui si vede la perfezione del nostro amore a Dio. Diceva il V. S.
Giovanni Avila: Vale più un benedetto sia Dio nelle cose avverse, che
sei milia ringraziamenti nelle cose a voi dilettevoli.
Di più bisogna uniformarci al divina volere, non solo nelle cose
avverse, che ci vengono direttamente da Dio, come sono le infermità, le
desolazioni di spirito, la povertà, laorte de’parenti, e simili; ma
ancora in quelle, che ci vengono per mezzo degli uomini, come sono i
dispregi, l’infamie, l’ingiustizie, i furti, e tutte le sorte di
persecuzioni. In ciò bisogna intendere, che quando noi siamo offesi da
alcuno nella fama, nell’onore, ne’beni, benchè il Signore non voglia il
peccato di colui, vuole nondimeno la nostra umiliazione, la nostra
povertà, e mortificazione. E’ certo, e di fede, che quanto avviene nel
mondo, tutto avviene per divina volontà. Ego Dominus formans lucem et
tenebras, faciens pacem, et creans malum. (Is. 45.7) Da Dio vengono
tutti i bene e tutti i mali, cioè tutte le cose a noi contrarie, che
noi chiamiamo falsamente mali; perchè in verità sono beni, quando noi
gli prendiamo dalle sue mani. Si erit malum in civitate, quod Dominus
non fecerit? disse il Profeta Amos 3.6. E prima lo disse il Savio; Bona
et mala, vita et mors a Deo sunt. (Eccl. 11.14) E’ vero, come ho detto,
che allorchè un uomo ti offende ingiustamente, Dio non vuole il peccato
di colui, nè concorre alla malizia della di lui volontà; ma ben
concorre col concorso generale all’azione materiale, colla quale quel
tale ti percuote, ti ruba o t’ingiuria; sì che l’offesa, che tu
patisci, certamente la vuole Dio, e dalle sue mani ti viene. Perciò il
Signore disse a Davide, ch’egli era l’autore dell’ingiurie, che dovea
fargli Assalonne, sino a torgli le mogli davanti a’suoi occhi; e ciò in
castigo de’suoi peccati: Ecce ego suscitabo super te malum de domo tua,
et tollam uxores tuas in oculis tuis, et dabo proximo tuo. (2 Reg.
12.11) Perciò disse anche agli Ebrei, che in pena delle loro iniquità
avrebbe mandati gli Assiri a spogliarli, e rovinarli: Assur virga
furoris mei . . . mandabo illi ut auferat spolia, et diripiat praedam.
(Is. 10.5) Spiega S. Agostino: Impietas eorum tamquam securis Dei facta
est. (In Ps. 37) Dio si servì dell’iniquità degli Assiri, come d’una
mannaja per castigare gli Ebrei. E Gesù medesimo disse a S. Pietro, che
la sua passione, et morte, non tanto gli veniva dagli uomini, quanto
dal suo medesimo Padre: Calicem quem dedit mihi Pater, non vis ut bibam
illum?
Giobbe allorchè venne il nunzio (che vogliono essere stato il demonio)
a dirgli, che i Sabei si aveano tolte tutte le di lui robe, e gli
aveano uccisi i figli; il Santo che rispose: Dominus dedit, Dominus
abstulit. (Job 1.21) Non disse il Signore m’ha dati i figli, i beni, ed
i Sabei me gli han tolti; ma il Signore me gli ha dati, ed il Signore
gli ha tolti; perchè bene intendeva, che quella perdita era voluta da
Dio, e perciò soggiunse: Sicut Domino placuit, ita factum est: sit
nomen Domini benedictum. (ibid) Non bisogna dunque prendere i travagli,
che ci avvengono, come succeduti a saco, o per sola colpa degli uomini,
bisogna star persuaso, che quanto ci accade, tutto accade per volontà
divina: quicquid hic accedit contra voluntatem nostram, noveris non
accidere nisi de voluntate Dei. (D. August. in Ps. 148. Epitetto, ed
Atone, Rosweid. l.1), felici Martiri di Gesù Cristo, posti dal Tiranno
alla tortura, stracciati con uncini di ferro, brustoliti con torce
ardenti, altro non diceano: Signore, si faccia in noi la tua volontà. E
giunti al luogo del supplicio, proferirono ad alta voce: Siate
benedetto, o Dio eterno, poichè la vostra volontà è stata in noi
adempita in tutto.
Narra Cesario (lib. 10, c.6) che un certo Religioso, benchè non fosse
punto differente dagli altri nell’esterno, non però era giunto a tal
santità, che col solo tatto delle sue vesti guariva gl’infermi. Il suo
Superiore di ciò maravigliandosi gli disse un giorno, come mai facesse
tali miracoli, non facendo una vita più esemplare degli altri. Quegli
rispose, che ancor esso se ne maravigliava, e che non ne sapeva il
perchè. Ma qual divozione voi praticate, ripigliò l’Abbate? Rispose il
buon Religioso ch’egli niente o poco faceva, se non che aveva sempre
avuta un gran cura di volere solo ciò, che Dio voleva, e che il Signore
gli aveva fatta questa grazia, di tenere abbandonata la sua volontà
totalmente in quella di Dio. La prosperità (disse) non mi solleva, nè
l’avversità mi abbatte, perchè io prendo ogni cosa dalle mani di Dio,
ed a questo fine tendono tutte le mie orazioni, cioè, che la sua
volontà perfettamente in me si adempia. E di quel danno (ripigliò il
Superiore), che l’altr’jeri ci fece quel nostro nemico in toglierci il
nostro sostentamento, mettendo fuoco al podere dov’erano le nostre
biade, i nostri bestiami, voi non aveste alcun risentimento? No, Padre
mio, egli rispose; ma al contrario ne rendei grazie a Dio, come lo
soglio fare in simili accidenti, sapendo che Dio tutto fa, o permette
per gloria sua, e per nostro maggio bene, e con ciò vivo sempre
contento per ogni cosa, che avviene. Ciò inteso l’Abbate, vedendo in
quell’anima tanta uniformità alla volontà divina, non restò più
maravigliato, che facesse sì gran miracoli.
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Chi fa così, non solo si fa santo, ma gode ancora in terra una pace
perpetua. Alfonso il grande (Panorm. in Vita) Re di Aragona, Principe
savissimo, interogato un giorno, qual’uomo stimasse più felice in
questo mondo? Rispose, quello il quale si abbandona nella volontà di
Dio, e che riceve tutte le cose prospere, ed avverse dalle sue mani.
Diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum. (Rom 8.28) Gli amanti di
Dio vivon sempre contenti, perchè tutto il loro piacere è di adempire
anche nelle cose contrarie la divina volontà; onde gli stessi travagli
si convertono loro in contenti, pensando che con accettarli dan gusto
al loro amato Signore: Non contristabit justum quidquid ei acciderit.
(Prov 12.21) Ed in fatti qual maggior contento può mai provare un uomo,
che in veder adempiuto quanto egli vuole? Or quando alcuno non vuole se
non quello, che vuole Dio, avvenendo già sempre tutto ciò, che avviene
nel mondo (fuori del peccato) per volontà di Dio, avviene in
conseguenza quanto esso vuole. Si narra nelle Vite de’Padri d’un
contadino, i cui terreni rendeano maggior frutto degli altri; dimandato
questi, come ciò accadesse, rispose, che di ciò non si maravigliassero,
perch’egli avea sempre i tempi, come li voleva; e come? Sì, replicò,
perchè io non voglio altro tempo, se non quello, che vuole Dio, e
conforme io voglio quel, che Dio vuole, così egli mi dà i frutti, come
li vogl’io. l’anime rassegnate, dice il Salviano, se sono umiliate,
questo vogliono: se patiscono povertà, vogliono esser povere; in somma
quanto gli avviene, tutto lo vogliono: e perciò sono in questa vita
felici: Humiles sunt, hoc volunt; paperes sunt, paupertate delectantur;
itaque beati dicendi sunt. Viene il freddo, il caldo, la pioggia, il
vento, che piova, perchè così vuole Dio. Viene la povertà, la
persecuzione, l’infermità, la morte, ed io voglio (colui dice) esser
povero, perseguitato, infermo; voglio anche morire, perchè così vuole
Dio.
Questa è la bella libertà, che godono i Figli di Dio, che vale più
delle Signorie, e di tutti i Regni della terra. Questa è la gran pace,
che provano i Santi, la quale exuperat omnem sensum. (Phil. 4.7),
avanza tutti i piaceri de’sensi, tutti i festini, i banchetti, gli
onori, e tutte l’altre soddisfazioni del mondo, le quali, perchè sono
vane, e caduche, benchè allettano il senso per quei momenti in cui si
assagiano, nondimeno non contentano, ma affliggono lo spirito, dove sta
il vero contento; che perciò Salomone, dopo aver goduto al sommo di tai
diletti mondani, esclamava afflitto: Sed et hoc vanitas, et afflictio
spiritus. (Ecclesiast. 4.16) Stultus (dice lo Spirito Santo) sicut luna
mutatur, sapiens in sapientia manet sicut vult. . . (Eccl. 27.12) Lo
stolto, cioè il peccatore si muta come la luna, ch’oggi cresce domani
manca: oggi lo vedrai ridere, domani piangere: oggi mansueto, domani
stizzato, come una tigre; e perchè? perchè la sua contezza dipende
dalle prosperità, o avversità, che incontra, e perciò si muta, come si
mutano le cose che gli accadono. Ma il giusto è come il sole sempre
uguale nella sua serenità, in qualsivoglia cosa, che succede; perchè il
suo contento è nell’uniformarsi alla divina volontà, e perciò gode una
pace imperturbabile. Et in terra pax hominibus bonae voluntatis (Luc.
2.14), disse l’Angelo a’Pastori. E chi mai sono quest’uomini di buona
volontà, se non coloro, che stan sempre uniti alla volontà di Dio, ch’è
sommamente buona, e perfetta? Voluntas Dei bona, beneplacens, et
perfecta. Sì, perchè Dio non vuole, che’l meglio, e’l più perfetto.
I Santi in questa terra nell’uniformarsi alla volontà divina han goduto
un Paradiso anticipato. I Padri antichi, dice S. Doroteo, che così si
conservavano in gran pace, con prendere ogni cosa dalle mani di Dio. S.
Maria Madalena de’Pazzi in sentir solamente nominare Volontà di Dio, si
sentiva consolare, che usciva fuor di se in astasi d’amore. Non
mancheranno per altro le punture delle cose avverse a farsi sentire dal
senso, ma tutto ciò non avverrà, che nella parte inferiore; ma nella
superiore dello spirito regnerà la pace, e la tranquillità, stando la
volontà unita a quella di Dio. Gaudium vestrum (disse il Redentore agli
Apostoli) nemo tollet a vobis. Gaudium vestrum sit plenum. (Jo 16.22)
Chi sta sempre uniformato alla divina volontà, ha un gaudio pieno, e
perpetuo: pieno, perchè ha quanto vuole, come di sopra s’è detto:
perpetuo, perchè un tal gaudio niuno ce lo può togliere, mentre niuno
può impedire, che non avvenga quel, che Dio vuole.
Il P. Giovan Taulero (appresso il P. Sangiurè Erar. to 3, e’l P.
Nieremb. Vita Div.) narra di se stesso, che avendo egli pregato per
molti anni il Signore a mandargli chi gli insegnasse la vera vita
spirituale, un giorno udì una voce, che gli disse: Va alla tal Chiesa,
ed alla porta trova un misero mendico, scalzo, e tutto lacero; lo
saluta: Buon giorno, amico. Il povero risponde: Signor maestro, io non
mi ricordo giammai d’aver avuto un giorno cattivo. Il Padre replicò:
Iddio vi dia una felice vita. Ripigliò quegli; Ma io non sono stato mai
infelice. E poi soggiunse: Udite, Padre mio, non a caso io ho detto non
aver avuto alcun giorno cattivo, perchè quando ho fame, io lodo Dio;
quando fa neve, o pioggia io lo benedico: se alcuno mi disprezza, mi
scaccia, se provo altra miseria, io sempre ne do gloria al mio Dio. Ho
detto poi, che non sono stato mai infelice, e ciò anch’è vero, poich’io
sono avvezzo a volere tutto ciò, che vuole Dio senza reserba; perciò
tutto quel, che m’avviene o di dolce, o di amaro, io lo ricevo dalla
sua mano con allegrezza, come il meglio per me, e questa è la mia
felicità.E se mai, ripigliò il Taulero, Dio vi volesse dannato, voi che
direste? Se Dio ciò volesse (rispose il mendico), io coll’umiltà, e
coll’amore mi abbraccierei col mio Signore, e lo terrei sì forte, che
se egli volesse precipitarmi all’Inferno, sarebbe necessitato a venir
meco, e così poi mi sarebbe più dolce essere con lui nell’inferno, che
posseder senza lui tutte le delizie del cielo. Dove avete trovato voi
Dio, disse il Padre? E quegli: Io l’ho trovato, dove ho lasciate le
creature. Voi chi siete? E’l povero: Io sono Re. E dove sta il vostro
Regno? Sta nell’anima mia, dove io tengo tutto ordinato, le passioni
ubbidiscono alla ragione, e la ragione a Dio. Finalmente il Taulero gli
domandò, che cosa l’avea condotto a tanta perfezione? E’ stato
(rispose) il silenzio, tacendo cogli uomini per parlare con Dio; e
l’unione, che ho tenuta col mio Signore, in cui ho trovata, e trovo
tutta la mia pace. Tale in somma fu questo povero per l’unione, ch’ebbe
colla divina volontà; egli fu certamente nella sua povertà più ricco,
che tutti i Monarchi della terra, e ne’suoi patimenti più felice che
tutti i mondani colle loro delizie terrene.
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Oh la gran pazzia è quella di coloro, che ripugnano alla divina
volontà; hanno già essi da soffrire i travagli, perchè niuno mai può
impedire, che non si eseguiscano i divini decreti. Voluntati ejus quis
resistet? (Rom 9.19) Ed all’incontro l’han da soffrire senza frutto,
anzi con tirarsi sopra maggiori castighi per l’altra vita, e maggior
inquietudine in questa. Quis restitit ei, et pacem habuit? (Job 9.4)
Gridi quanto vuole quell’infermo ne’suoi dolori, quel povero nelle sue
miserie si lamenti di Dio, si arrabbi, bestemmi quanto gli piace, che
ne caverà, se non far doppio il suo male? Quid quaeris homuncio
quaerendo bona? (dice S. Agostino) quare unum bonum, in quo sunt omnia
bona. Che vai cercando, omicciuolo, fuori del tuo Dio? trova Dio,
unisciti, stringiti colla sua volontà, e viverai sempre felice in
questa, e nell’altra vita.
E che altro in somma vuole il nostro Dio, se non il nostro bene? Chi
mai possiamo trovare, che ci ami più di Dio? Altra non è la sua
volontà, non solo che niuno si perda, ma che tutti si salvino, e si
facciano santi. Nolens aliquos perire, sed omnes ad poenitentiam
reverti. (2 Petr. 3.9) Voluntas Dei sanctificatio vestra. (1 Thess.
4.3) Iddio nel nostro bene ha collocata la sua gloria, poichè essendo
egli per sua natura bontà infinita, come dice S. Leone, Deus cujus
natura bonitas; e la bontà desiderando per sua natura di diffondersi,
Iddio ha un sommo desiderio di far participi l’anime de’suoi beni, e
della sua felicità. E se ci manda tribulazioni in questa vita, tutte
sono per nostro bene. Omnia cooperantur in bonum. (ad Rom. 8.28) Ancora
i castighi, come disse la santa Giuditta, non ci vengono da Dio per la
nostra rovina, ma affinchè ci emendiamo, e salviamo: Ad emendationem,
non ad perditionem nostram evenisse credamus. (Jud. 8.17) Il Signore
affin di salvarci da’mali eterni, ne circonda colla sua buona volontà.
Domine ut scuto bonae voluntatis tuae coronasti nos. (Ps 5.13) Egli non
solamente desidera, ma è sollecito della nostra salute. Deus solicitus
est mei. (Ps 39.18) E qual cosa ha donato il suo medesimo Figlio? Qui
proprio Filio suo non pepercit, sed pro nobis omnibus tradidit illum;
quomodo non etiam cum illo omnia nobis donavit? (Rom 8.32) Con questa
confidenza dunque dobbiamo abbandonarci nelle divine disposizioni, che
tutte sono per nostro bene. Diciamo sempre in ogni cosa, che ci
avviene: In pace in idipsum dormiam, et requiescam, quoniam tu, Domine,
singulariter in spe constituisti me. (Ps 4) Mettiamci pure tutti in
mano sua, perch’egli certamente avrà cura di noi: Omnem sollicitudinem
vestram projicientes in eum, quoniam ipsi cura est de vobis. (1 Petr.
5.7) Pensiamo poi a Dio, ad adempire la sua volontà, ch’egli penserà a
noi, ed al nostro bene. Figlia (disse il Signore a S. Caterina di
Siena) pensa tu a me, ed io penserò sempre a te. Diciamo sovente colla
sacra Sposa: Dilectus meus mihi, et ego illi. (Cant. 2.16) l’amato mio
pensa al mio bene, io non voglio pensare ad altro, che a dargli gusto,
e ad uniformarmi in tutto a’suoi santi voleri. Dicea il santo Abbate
Nilo, che non dobbiamo già noi pregare il Signore, che faccia succedere
quello, che noi vogliamo, ma che si adempisca in noi la sua volontà. E
quando poi ci accadono le cose avverse, accettiamole tutte dalle divine
mani, non solo con pazienzia, ma con allegrezza, ad esempio degli
Apostoli, che ibant gaudentes a conspectu concilii, quoniam digni
habiti sunt pro nomine Jesu contumeliam pati. (Act 5.41) E qual maggior
contento d’un’anima, che soffrendo qualche travaglio, sa, che col
soffrirlo di buona voglia, dà il maggior gusto a Dio, che possa dargli!
Dicono i Maestri di spirito, che sebbene gradisce Iddio il desiderio,
che hanno alcune anime di patire per dargli gusto, più nondimeno gli
piace l’uniformità di quelle, che non vogliono nè godere, nè patire; ma
tutte rassegnate nel suo santo volere altro non desiderano, che di
adempiere quel ch’egli vuole.
Se vuoi dunque, anima divota, piacere a Dio, e vivere in questa terra
una vita contenta, unisciti sempre, ed in tutto alla divina volontà.
Pensa, che tutti i peccati della tua vita sconcertata, ed amara ch’hai
fatta, son succeduti, perchè ti sei scostata dalla volontà di Dio.
Abbracciati da oggi avanti col divino beneplacito; e di sempre in tutto
ciò, che ti accade: Ita Pater, quoniam sic fuit placitum ante te.
(Matt. 11.16) Così, Signore, sia fatto, perchè così è piaciuto a voi.
Quando ti senti turbata da qualche avvienimento avverso, pensa che
quello è venuto da Dio; onde subito dì, Così vuole Dio, e mettiti in
pace. Obmutui, et non aperui os meum, quoniam tu fecisti. (Ps 38)
Signore, giacchè voi l’avete fatto io non parlo, e l’accetto. A questo
intento bisogna, che indrizzi tutti i tuoi pensieri, e le tue orazioni,
cioè a procurare, e pregare sempre Dio, nella meditazione, nella
Comunione, nella visita al Ss. Sacramento, che ti faccia adempire la
sua volontà. E tu offerisciti sempre, dicendo: Mio Dio, eccomi, fanne
di me, e di tuute le cose mie quel che vuoi. Questo era l’esercizio
continuo di S. Teresa; almeno cinquanta volte il giorno la Santa si
offeriva al Signore, acciocchè acesse di lei disposto, come gli fosse
piaciuto.
Oh beato te, mio lettore, se farai sempre così! ti farai certamento
santo; e farai una vita contenta, ed una morte più felice. Quando
alcuno passa all’altra vita, tutta la speranza, che si concepisce della
sua salvazione, si scorge dall’intendere, se quegli è morto rassegnato,
o no. Se tu. come avrai abbracciato in vita tutte le cose venute da
Dio, così anche abbraccierai la morte per adempire la sua divina
volontà, certamente ti salverai, e morirai da santo. Abbandoniamoci
dunque in tutto al beneplacito di quel Signore, ch’essendo
sapientissimo, poichè ha data la vita per nostro amore, vuol anche il
meglio per noi. Siam pur sicuri, e persuasi, dice S. Basilio, che senza
comparazione meglio procura Dio il nostro bene, di ciò, che noi
possiamo mai fare, e desiderare.
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Ma veniamo a vedere intorno alla pratica in quali cose abbiamo da
uniformarci alla volontà di Dio. Per 1. dobbiamo uniformarci nelle cose
naturali, che avvengono fuor di noi, come quando fa gran caldo, gran
freddo, pioggia, carestia, pestilenza, e simili. Guardiamci di dire:
Che caldo insopportabile! che freddo orribile! che disgrazia! che mala
forte! che tempo infelice! od altri termini, che dimostrino ripugnanza
alla volontà di Dio. Noi dobbiamo volere ogni cosa, com’ella è, perchè
Dio è quegli, che dispone tutto. S. Francesco Borgia, andando una notte
ad una casa della Compagnia, mentre fioccava, bussò più volte, ma
perchè i Padri dormivano, non gli fu aperto. Fatto giorno, molto si
rammaricarono quelli d’averlo fatto aspettare così allo scoperto; ma il
Santo disse di aver ricevuta in quel tempo una gran consolazione, in
pensare, che Dio era quegli, che gli gittava addosso quei fiocchi di
neve.
Per 2. dobbiamo uniformarci elle cose, che avvengono dentro di noi,
come nel patir fame, sete, povertà, desolazioni, disonori. In tutto
dobbiamo dir sempre: Signore fate e disfate voi, io son contento:
voglio solo quel, che volete voi. E così anche dice il P. Rodriguez,
che dobbiamo rispondere per quali finti casi, che il demonio ci mette
alle volte in mente, affin di farci cadere in qualche cattivo consenso,
o almeno per inquietarci. Se il tale ti dicesse la tal parola, se ti
facesse la tale azione, che diresti? che faresti? Rispondiamo sempre:
Direi, e farei quel che vuole Dio. E così ci libereremo da ogni
difetto, e molestia.
Per 3. Se abbiamo qualche difetto naturale, d’anima o di corpo, mala
memoria, ingegno tardo, poca abilità, membro storpio, salute debole,
non ce ne lamentiamo. Che merito avevamo noi, e qual obbligo avea Dio
di darci una mente più sublime, un corpo meglio fatto? non poteva egli
crearci brutti? non lasciarci nel nostro niente? Chi mai riceve qualche
dono, e va cercando patti? Ringraziamolo dunque di ciò, che per sua
mera bontà ci ha donato, e contentiamoci del come ci ha fatti. Chi sa,
se avendo noi maggior talento, sanità più forte, viso più grazioso, ci
avevamo a perdere? A quanti il lor talento, e scienza è stata occasione
di perdersi coll’invanirsene, e dispregiare gli altri; nel quale
pericolo sono più facilmente coloro, che avanzano gli altri nelle
scienze, e ne’talenti? A quanti altri la bellezza, o la fortezza del
corpo, è stata occasione di precipitare in mille scelleraggini? Ed
all’incontro quanti altri per esser poveri, o infermi, o deformi di
fattezze, si son fatti santi, e salvati? che se fossero stati ricchi,
sani, o belli d’aspetto, si sarebbon dannati. E così contentiamoci di
quel, che Dio ci ha dato. Porro unum est necessarium (Luc 10.42) Non è
necessaria la bellezza, non la sanità, non l’ingegno acuto; solo il
salvarci è necessario.
Per 4. bisogna, che specialmente stiamo rassegnati nelle infermità
corporali, e bisogna, che l’abbracciamo volentieri, ed in quel modo, e
per quel tempo, che vuole Dio. Dobbiamo sibbene adoperarvi i rimedi
ordinari, perchè così vuole ancora il Signore, ma se quelli non
giovano, uniamoci colla volontà di Dio, che ci gioverà molto più della
sanità. Signore, diciamo allora, io non voglio guarire, nè stare
infermo, voglio solo quel che volete voi. Certamente è maggior virtù
nelle malattie il non lamentarsi de’dolori; ma allorchè questi
fortemente ci affliggono, non è difetto il palesarli agli amici, ed
anche il pregare il Signore, che ce ne liberi. Intendo ne’dolori
grandi, poichè all’incontro molto difettano in ciò alcuni altri, che ad
ogni semplice dolore, o fastidio vorrebbero, che tutto il mondo venisse
a compatirli, ed a pianger loro d’intorno. Del resto anche Gesù Cristo,
vedendosi vicino alla sua amarissima passione, palesò la sua pena
a’discepoli: Tristis est anima mea usque ad mortem. (Mat. 26.38) e
pregò l’eterno suo Padre a liberarnelo; Pater mi, si possibilie est,
transeat a me calix iste. (ibid 39) Ma Gesù stesso c’insegnò quel che
dobbiamo fare dopo simili preghiere, cioè rassegnarci subito nella
divina volontà, col soggiungere: Verumtamen, non sicut ego volo, sed
sicut tu.
Quale sciocchezza è poi quella coloro, che dicono desiderar la salute,
non bià per patire, ma per maggiormente servire il Signore, in osservar
le regole, servir la comunità, andar alla Chiesa, far la Comunione, far
penitenza, studiare, impiegarsi nella salute dell’anime confessando,
predicando? Ma io dimando, divoto mio, dimmi, perchè tu desideri di far
queste cose? per dar gusto a Dio? E che vai cercando, quando sei certo,
che il gusto di Dio non è, che facci orazione, Comunioni, penitenze,
studi, o prediche, ma che soffri con pazienza, quell’infermità, e quei
dolori, che ti manda? Unisci allora i tuoi dolori con quelli di Gesù
Cristo. Ma mi dispiace, che stando così infermo sono inutile, e di pese
alla comunità, alla casa. Ma conforme voi vi rassegnate alla volontà di
Dio, così dovete credere, che i vostri Superiori anch’essi si
rassegnino, vedendo che voi non per vostra pigrizia, ma per voler di
Dio apportiate questo peso alla casa. Eh che questi desideri, e
lamenti, non nascono dall’amore di Dio, ma dall’amor proprio che va
cercando pretesti per allontanarti dalla volontà di Dio. Vogliamo dar
gusto a Dio? Diciamo allora, che ci vediamo confinati in un letto,
diciamo al Signore questa sola parola, fiat voluntas tua; e questa
replichiamo sempre cento, e mille volte, che con questa sola daremmo
più gusto a Dio, che non gli daressimo con tutte le mortificazioni, e
divozioni, che possiamo fare. Non ci è meglior modo di servire a Dio,
che abbracciando allegramente la sua volontà. Il V. P. M. Avila
(Epist.2) scrisse ad un Sacerdote infermo: Amico non stare a fare il
conto di quel, che faresti essendo sano, ma contentati di stare infermo
per quanto a Dio piacerà. Se tu cerchi la volontà di Dio, che cosa più
t’importa lo istar sano, che infermo? E certamente ben disse ciò,
perchè Dio non viene già glorificato dalle opere nostre, ma dalla
nostra rassegnazione, e conformità al suo Santo volere. Perciò diceva
ancora S. Francesco di Sales, che si serve più Dio col patire, che
coll’operare.
Molte volte ci mancheranno i medici, le medicine, o pure il medico non
giungerà a conoscere la nostra infermità, ed in ciò anche bisogna, che
ci uniformiamo alla divina volontà, la quale ciò dispone per nostro
bene. Si arra d’un uomo divoto di S. Tommaso Cantuariense (l. 5, c. 1)
ch’essendo infermo andò al sepolcro del Santo per ottenere la sanità.
Ritornò sano alla Patria, ma poi disse fra se: mae l’infermità più mi
giovasse a salvarmi, questa sanità che mi serve? Con questo pensiero
ritornò al sepolcro, e pregò il Santo, che chiedesse a Dio quello, che
gli era più espediente per la salute eterna, e fatto ciò ricadde
nell’infermità, ed egli se ne stette tutto ciò contento, tenendo per
fermo, che Dio così disponeva per suo bene. Narra il Surio similmente,
che un cieco ricevè la vista per intercessione di S. Bedasto Vescovo;
ma dopo fece orazione, che se quella vista non era espediente per
l’anima sua, tornasse ad esser cieco, ed avendo orato, rimase cieco,
come prima. Allorchè dunque stiamo infermi, il meglio è che non
cerchiamo nè l’infermità, nè la sanità, ma ci abbandoniamo nella
volontà di Dio, acciò disponga di noi come li piace. Ma se vogliamo
cercar la sanità, domandiamola almeno sempre con rassegnazione, e con
condizione, se la sanità del corpo è conveniente alla salute
dell’anima: altrimenti una tal preghiera sarà difettosa, nè sarà
esaudita, poichè il Signore non esaudisce tali sorte di preghiere non
rassegnate.
Il tempo dell’infermità io lo chiamo pietra di paragone degli spiriti,
perchè in quello si scopre di qual carato è la virtù, che possiede
un’anima. Se quella non s’inquieta, non si lamenta, non cerca, ma
ubbidisce a’medici, a’Superiori, e se ne sta tranquilla, tutta
rassegnata nella divina volontà, è segno, che in lei vi è fondo di
virtù. Ma che dee dirsi poi d’un infermo, che si lamenta, e dice ch’è
poco assistito dagli altri? che le sue pene sono insopportabili? che
non trova rimedio, che gli giovi? che il medico è ignorante; e talvolta
si lagna ancora con Dio, che troppo calchi la mano? Racconta S.
Bonaventura nella vita di S. Francesco (cap. 14) che stando il Santo
travagliato straordinariamente da dolori, uno de’suoi Religiosi troppo
semplice gli disse: Padre, pregate Dio, che vi tratti un poco più
dolce, perchè pare, che calchi troppo la mano. Ciò udendo S. Francesco,
diede un grido, e gli rispose: Sentite: s’io non sapesse, che ciò, che
dite, nasce da semplicità, non vorrei più vedervi, avendo voi ardito di
riprendere i giudizi di Dio. E ciò detto, benchè molto debole, ed
estenuato dal male, si buttò dal letto in terra, e baciandola, disse:
Signore, io vi ringrazio di tutti i dolori, che mi mandate. Vi supplico
a mandarmene più, e così vi piace. Il mio gusto è, che voi mi
affliggiate, nè mi risparmiate punto, perchè l’adempimento della vostra
volontà è la maggior consolazione, che posso ricevere in questa vita.
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A ciò bisogna anche ridurre la perdita, che tal volta noi soffriamo
delle persone utili al nostro profitto, o temporale, o spirituale.
l’anime divote spesso fanno gran difetti circa questo punto, non
rassegnandosi alle divine disposizioni. La nostra santificazione non ci
ha da venire da’Padri spirituali, ma da Dio. Vuol’egli già, che noi ci
vagliamo de’Direttori per la guida dello spirito, quando ce li dà; ma
quando ce li toglie, vuole che ce ne contentiamo, ed accresciamo la
confidenza nella sua bontà, dicendo allora: Signore, voi me l’avete
dato questo ajuto, ora me l’avete tolto, sia sempre fatta la vostra
volontà; ma ora supplite voi, ed insegnatemi quel, che debbo fare per
servirvi. E così similmente dobbiamo accettare dalle mani di Dio tutte
l’altre croci, che ci manda. Ma tanti travagli, dite voi, sono
castighi. Ma rispondo io, i castighi, che Dio manda in questa vita, non
sono grazie e benefici? Se l’abbiamo offeso, dobbiamo soddisfare la
divina giustizia in qualche modo, o in questa, o nell’altra vita.
Perciò dobbiamo dir tutti con S. Agostino: Hic ure, hic seca, hic non
parcas, ut in aeternum parcas: e col S. Giobbe; Haec sit mihi
consolatio, ut affligens me dolore non parcas. (6.10) Dee pur
consolarsi, chi s’ha meritato l’Inferno, in vedere, che Dio qui lo
castiga, poichè ciò dee molto animarlo a sperare, che Dio voglia
liberarlo dal castigo eterno. Diciamo dunque ne’castighi di Dio ciò,
che diceva il Sacerdote Eli: Dominus est, quod bonum est in oculis
suis, faciat. (Lib 2 Reg. 3.18)
Di più obbiamo star rassegnati nelle desolazioni di spirito. E’ solito
il Signore, quando un’anima si dà alla vita spirituale, di abbondarla
di consolatiozioni, affin di slattarla da’gusti del mondo; ma poi
quando la vede più fermata nello spirito, ritira la sua mano, per
provare il di lei amore, e vedere se lo serve, ed ama senza paga qui in
terra di gusti sensibili. Mentre si vive (dicea S. S. Teresa), non
consiste il gaudagno in procurare di godere più Dio, ma in fare la sua
volontà. Ed in altro luogo: Non consiste l’amore di Dio in tenerezze,
ma in servire con fortezza, ed umiltà. Ed altrove: Con aridità, e
tentazioni fa pruova il Signore de’suoi amanti. Ringrazi dunque il
Signore l’anima, quando si vede accarezzata con dolcezzo, ma non si
deve affliggere con impazienze, quando si vede lasciata in desolazione.
Bisogna molto avvertir questo punto, perchè alcune anime sciocche
vedendosi aride, si pensano, che Dio l’abbia abbandonate, o pure, che
non faccia per sees la vita spirituale; e così lasciano l’orazione, e
perdono quanto han fatto. Non v’è più bel tempo di esercitare la nostra
rassegnazione alla volontà di Dio, che il tempo dell’aridità. Io non
dico, che voi non proviate pena in vedervi lasciata dalla presenza
sensibile del vostro Dio; non più sensirsi una tal pena; nè può l’anima
non lagnarsene, quando lo stesso nostro Redentore se ne lagnò sulla
croce: Deus meus, ut quid dereliquisti me? (Matt. 27.46) Ma nella sua
pena dee sempre tutta rassegnarsi nella volontà del suo Signore. Tutti
i Santi hanno patite queste desolazioni, ed abbandoni di spirito. Che
durezza di cuore (dicea S. Bernardo) è quella che provo; non gusto più
della lezione, non mi piace più il meditare, non più l’orare! Per lo
più i Santi sono stati in aridità, non già in consolazioni sensibili.
Queste il Signore non le concede, se non di rado, ed agli spiriti forse
più deboli, acciò non arrestino nel cammino spirituale, le delizie, che
son di premio, ce le prepara in Paradiso. Questa terra è luogo di
merito, ove si merita col patire, il cielo è luogo della mercede, e del
godere. Perciò in questa terra, non il fervore sensibile col godere, ma
il ervore dello spirito col patire è quello, che han desiderato, e
cercato i Santi. Diceva il V. Giovanni Avila (Audi fil. c. 26): Oh
quanto è meglio stare in aridità, e tentazioni colla volontà di Dio,
che in contemplazione senza di quella!
Ma dirai: S’io sapessi, che questa desolazione viene da Dio, mi starei
contento; ma quel che mi affligge, e m’inquieta, è il timore, che venga
per colpa mia, e per castigo della mia tepidezza. Bene; togli dunque la
tepidezza, ed usa più diligenza. Ma forse perchè stai in oscurità, vuoi
perciò inquietarti, perciò lasciare l’orazione, e così far doppio il
tuo male? Venga l’aridità per tuo castigo, come dici. Ma questo
castigo, non te lo manda Dio? Accettalo dunque in castigo, a te ben
degno, e stringiti colla divina volontà. Non dici tu, che ti meriti
l’Inferno? ed ora perchè ti lamenti? forse tu meriti, che Dio ti
consoli? Eh via contentati del come Dio ti tratta; prosiegui
l’orazione, e’l cammino intrapreso, e terni da oggi avanti, che i tuoi
lamenti vengano da poca umiltà, e da poca rassegnazione alla volontà di
Dio. Quando un’anima va all’orazione, non può cavarne maggior profitto,
che unirsi alla volontà divina; onde rassegnati, e dì: Signore, io
accetto questa pena dalle vostre mani, e l’accetto per quanto a voi
piace; se volete ch’io stia così afflitto per tutta l’eternità io son
contento. E così quell’orazione benchè penosa to gioverà più d’ogni più
dolce consolazione.
Ma bisogna pensare, che non sempre l’aridità è castigo, ma alle volte
disposizione di Dio per nostro maggior profitto, e per conservarci in
umiltà. Acciocchè S. Paolo non s’invanisse de’doni ricevuti, il Signore
permettea, che fosse tormentato da tentazioni impure. Ne magnitudo
revelationum extollat me, datus est mihi stimulus carnis meae, Angelus
Satanae, qui me colaphizet. (2 Cor. 12.7) Chi fa orazione con dolcezze,
non fa gran cosa. Est amicus socius mensae, et non permanebit in die
necessitatis. (Eccl. 6.10) Voi non terrete per vero amico, chi solo vi
accompagna nella vostra mensa, ma chi vi assiste ne’travagli, e senza
suo utile. Quando Dio manda oscurità, e desolazione, allora prova i
veri suoi amici. Palladio pativa gran tedio nell’orazione, andò a
trovare S. Macario, e quegli gli disse: Quando il pensiero ti dice, che
lasci l’orazione, rispondigli: Io per amor di Gesù Cristo mi contento
di star qui a custodire le mura di questa cella. Questa dunque è la
risposta, quando ti senti tentato a lasciar l’orazione; perchè ti pare
di perdervi il tempo, dì allora: Io sto qui per dar gusto a Dio. Dicea
S. Francesco di Sales, che se nell’orazione altro non facessimo, che
discacciare distrazioni, e tentazioni, pure l’orazione è ben fatta.
Anzi dice il Taulero, che a chi persevera nell’orazione coll’aridità,
Dio farà una grazia maggiore, che se avesse orato molto con molta
divizione sensibile. Narra il P. Rodriguez d’un certo, il quale dicea,
che in quaranta anni d’orazione non avea mai provata alcuna
consolazione, ma che ne’giorni che la facea, si sentiva forte nelle
virtù; quando all’incontro la lasciava, in quel giorno provava una tal
debolezza, che lo faceva inetto ad ogni cosa di buona. Dicono S.
Bonaventura e’l Gersone, che molti servono più Dio col non avere il
raccoglimento desiderato, che se l’avessero, perchè così vivono più
diligenti, e più umiliati; altrimenti forse s’invanirebbero, e
sarebbero più tepidi, pensando d’aver già trovato ciò, che cercavano. E
quel, che dicesi dell’aridità, dicesi ancora delle tentazioni. Dobbiamo
noi procurare di schivar le tentazioni; ma se vuole Dio, o permette,
che noi siamo tentati contro la fede, contro la purità, o contro altra
virtù, non dobbiamo lamentarci, ma anche in ciò rassegnarci al divino
volere. A S. Paolo che pregava d’esser liberato dalla tentazione
d’impurità, rispose il Signore: sufficit tibi gratia mea. E così anche
noi, se vediamo, che Dio non ci esaudisce in esimerci da qualche
tentazione molesta, diciamo: Signore, fate voi, e permettete quel che
vi piace, mi basta la vostra grazia; ma assistetemi, acciò non la perda
mai. Non le tentazioni, ma il consenso alla tentazione, ci fa perdere
la divina grazia. Le tentazioni quando le discacciamo, ci mantengono
più umili, ci acquistano più meriti, ci fan ricorrere più spesso a Dio,
e così ci conservano più lontani dall’offenderlo, e più ci uniscono al
suo santo amore.
Finalmente bisogna, che ci uniamo colla volontà di Dio circa il punto
della nostra morte, e per quel tempo, ed in quel modo, che Dio la
manderà. S. Geltrude (l. 1. Vita c. 11) salendo un giorno una collina,
sdrucciolò, e cadde in una valle. Le dimandarono poi le compagne, se
avesse avuto paura di morire senza Sagramenti? Rispose la Santa: Io
desidero molto di morire coi Sagramenti, ma fo più conto della volontà
di Dio, perchè tengo la miglior disposizione, che possa aversi a ben
morire, sia di sottoporsi a ciò, che Dio vorrà; perciò io desidero
qualunque morte, che piacerà di darmi al mio Signore. Narra S. Gregorio
ne’suoi Dialoghi (l. 3. c.37), che i Vandali avendo condannato a morire
un certo Sacerdote chiamato Santolo, gli diedero poi facoltà di
scegliersi qual sorta di morte volesse; il santo uomo ricusò di
eleggere, ma disse: Io sono nelle mani di Dio, e riceverò la morte,
ch’egli permetterà, che voi mi facciate soffrire, nè io voglio altra,
che quella. Quest’atto piacque tanto al Signore, che avendo quei
barbari determinato di farli tagliar la testa, fè arrestare il braccio
del carnefice, e con tal miracolo quelli si piegarono a concedergli la
vita. Circa dunque il modo, quella per noi dobbiamo stimate la miglior
morte, che Dio ci avrà determinata. Savateci Signore (diciamo sempre,
allorchè pensiamo alla nostra morte), e poi fateci morire, come a voi
piace.
Così ancora dobbiamo uniformarci al quando del nostra morte. Cos’è
questa terra, se non una carcere dove stiamo a patire, ed in pericolo
di perdere Dio ogni momento? Questo facea gridare a Davide: Educ de
custodia animam meam. (Ps. 141.8) Questo timore facea sospirare la
morte a S. Teresa, la quale sonando l’orologio, tutta si consolava,
pensanso, ch’era passata un’ora della sua vita, un’ora di pericolo di
perdere Dio. Diceva il P. M. Avila, che ognuno il quale si trovasse con
mediocre disposizione, dee desiderar la morte per ragion del pericolo,
in che si vive di perder la divina grazia. Che cosa più cara, e più
desiderabile, che con una morte assicurarci di non potere più perdere
la grazia del nostro Dio? Ma io, tu dici, non ho fatto niente ancora,
niente ho acquistato per l’anima. Ma se Dio vuole, che ora termini la
vata, che faresti appresso, se viveresti contro la volontà di Dio? E
chi sa se allora faresti quella morte, che ora puoi sperare di fare?
Chi sa se mutando volontà, caderesti in altri peccati, e ti danneresti?
E poi s’altro non fosse, vivendo non puoi vivere senza peccati, almeno
leggieri. Cur (dunque asclamava S. Bernardo) cur vitam desideramus, in
qua quanto amplius vivimus, tanto plus peccamus? (Med. c.8) Ed è certo,
che più dispiace a Dio un solo peccato veniale, che non gli piacciono
tutte le opere sante, che noi possiamo fare.
Dico di più, chi poco desidera il Paradiso, dà segno di poco amore a
Dio. Chi ama, desidera la presenza dell’amato; ma noi non possiamo
vedere Dio, se non lasciamo la terra; e perciò tutti i Santi han
sospirata la morte, per andare a vedere il loro amato Signore. Così
sospirava S. Agostino. Eja moriar, ut te videam. Così S. Paolo:
Desiderium habens dissolvi, et esse cum Cristo (ad Philip. 1.23) Così
Davide: Quando veniam et apparebo ante faciem Dei? (Psal. 41.3) E così
tutte l’anime innamorate di Dio. Narra un Autore (Flores Enrel. Graul.
4. c. 68) che andando un giorno un Cavaliere a caccia in una selva, udì
un uomo, che dolcemente cantava; s’inoltra, e trova un povero lebbroso
mezzo fracido; gli dimanda s’egli era, che cantava? Sì (rispose
quegli), io sono, signore, quello, che cantava. E come mai puoi
cantare, e star contento con tanti dolori, che ti van togliendo la
vita? Rispose il lebbroso: Fra Dio, Signor mio, e me non v’è altra cosa
di mezzo, che questo muro di fango, che è questo mio corpo; tolto via
questo impedimento, anderò a godere il mio Dio. E vedendo io, che ogni
giorno mi si va disfacendo a pezzi, mi rallegro, e canto.
Per ultimo anche ne’ gradi di grazia, e di gloria bisogna, che noi ci
uniformiamo al divino volere: dobbiamo sibbene stimare le cose di
gloria di Dio, ma più la sua volontà: dobbiamo desiderare d’amarlo più
de’Serafini, ma non dobbiamo poi volere altro grado d’amore, se non
quello, che il Signore ha daterminato di donarci. Dice il P. M. Avila
(Audi filia c.12): Io non credo, che vi sia stato Santo, che non abbia
desiderato d’esser migliore di quello, ch’era; ma ciò non togliea loro
la pace, perchè non lo desideravano per propria cupidità, ma per Dio,
della cui distribuzione si tenevano contenti, benchè avesse dato loro
meno: stimando per vero amore più il contentarsi di quel che Dio dava
loro, che’l desiderare di aver molto. Il che viene a dire, come spiega
il P. Rodriguez (trat. 8. c. 30), che sebbene dobbiamo noi esser
diligenti nel procurar la perfezione per quanto possiamo, affinchè non
ci serva di scusa la propria tepidezza, e pigrizia, come fanno alcuni
con dire: Dio me l’a da dare: io non posso più, che tanto; nondimeno
quando poi manchiamo, non dobbiamo perder la pace, e la conformità alla
volontà di Dio in aver permesso il nostro difetto, nè perderci d’animo;
alziamoci subito allora da quello: umiliandoci col pentimento, e
cercando maggior ajuto dal Signore, proseguiamo il cammino. Così
parimente, ancorchè ben possiamo desiderare di giunger in cielo al coro
de’Serafini, più gloria a Dio, e per maggiormente amarlo; dobbiamo noi
però rassegnarci al suo santo volere, contentandoci di quel grado, che
si degnerà di darci per sua misericordia.
Sarebbe poi un difetto troppo notabile il desiderare di aver doni di
orazione sovranaturale, e precisamente d’estasi, visioni, e
rivelazioni; che anzi dicono i maestri di spirito, che quelle anime, le
quali son favorite da Dio di simili grazie, debbono pregarlo a
privarnele, acciocchè l’amino per via di pura fede, ch’è la via più
sicura. Molti sono giunti alla perfezione senza queste grazie
sovranaturali, le sole virtù son quelle che sollevano l’anime alla
santità, e principalmente l’uniformità alla volontà di Dio. E se Dio
non vuole innalzarci a grado sublime di perfezione, e di gloria,
conformiamoci in tutto al suo santo volere, pregandolo che ci salvi
almeno per la sua misericordia. E facendo così, non sarà poca la
mercede, che per la sua bontà ci donera il nostro buon Signore, il
quale ama sopra tutto le anime rassegnate.
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In somma dobbiamo mirar tutte le cose, che ci accadono, e ci avranno da
accadere, come procedenti dalle divine mani. E tutte le nostre azioni
dobbiamo indrizzarle a questo solo fine, di far la volontà di Dio, e
farle solo perchè Iddio le vuole. E per andare in ciò più sicuri,
bisogna, che dipendiamo dalla guida de’ nostri Superiori in quanto
all’esterno, e da’ Direttori in quanto all’ interno, per intender da
essi ciò che vuole Dio da noi; avendo gran fede alle parole di Gesù
Cristo, che ci ha detto, Qui vos audit, me audit. (Luc. 10. 16) E sopra
tutto attendiamo a servire Dio per quella via, per cui vuole Dio esser
da noi servito. Dico ciò, affinchè evitiamo l’inganno di taluno, che
perde il tempo a pascersi col dire: Se stassi in un deserto, s’entrassi
in un Monastero, se andassi in altro luogo fuori di questa casa,
lontano da questi parenti o compagni, mi farei santo, farei le tali
penitenze, farei tanta orazione. Dice, farei, farei; ma frattanto,
soffrendo di mala volgia quella croce, che Dio gli manda, in somma non
camminando per quella via, che vuole Dio, non si fa santo, anzi va di
male in peggio. Questi desideri alle volte son tentazioni del demonio,
poichè non saranno secondo la volontà di Dio, onde bisogna
discacciarli, ed animarci a servire il Signore per quella sola strada,
che egli ci ha eletta. Facendo la sua volontà, certamente ci faremo
santi in ogni stato dove il Signore ci pone. Vogliamo dunque sempre
solo quel che vuole Dio, che facendo così, egli ci stringerà al suo
cuore; ed a tal fine facciamoci familiari alcuni passi della
Scritura,che c’invitano ad unirci sempre più colla divina volontà.
Domine, quid me vis facere? Dio mio, ditemi, che volete da me, ch’io
tutto tutto voglio farlo? Tuus sum ego, salvum me fac. (Ps. 18.94) Io
non sono più mio; son vostro, o mio Signore, fatene di me quel che
volete voi. Quando specialmente ci avviene qualche accersità più
pesante, morte di parenti, perdita di bene, e simili: Ita Pater
(diciamo sempre), ita Pater, quoniam sic fuit placitum ante te. (Matt.
11.26) Sì Dio mio, e Padre mio, così sia fatto, perchè così è piacuto a
voi. Sopra tutto ci sia cara l’orazione insegnataci da Gesù Cristo:
Fiat voluntas tua sicut in caelo, et in terra. Disse il Signore a S.
Caterina da Genova, che sempre chè dicesse il Pater noster,
particolarmente sifermasse su queste parole, pregando, che la di lui
santa volontà si adempisse in essa, colla stessa perfezione, con cui la
fanno i Santi in cielo. Facciamo così ancora noi, e ci faremo
certamento santi.
Sia sempre amata, e lodata la divina volontà, e la B. Vergine Maria
immacolata.
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Indexes
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Index of Scripture References
1 Samuel
[1]3:18 [2]15:22
2 Samuel
[3]12:11
Job
[4]1:21 [5]1:21 [6]6:10 [7]9:4
Psalms
[8]4:9 [9]5:13 [10]37 [11]38:10 [12]39:18 [13]41:3
[14]56:8 [15]107:1 [16]118:94 [17]141:8 [18]142:10 [19]148
Proverbs
[20]12:21 [21]23:26
Ecclesiastes
[22]4:16
Song of Solomon
[23]2:16
Isaiah
[24]10:5 [25]45:7
Amos
[26]3:6
Matthew
[27]6:10 [28]11:16 [29]11:26 [30]12:50 [31]26:38 [32]26:39
[33]27:46
Luke
[34]2:14 [35]10:16 [36]10:42
John
[37]6:38 [38]14:31 [39]16:22 [40]16:24
Acts
[41]5:41 [42]9:6 [43]9:15 [44]13:22
Romans
[45]8:28 [46]8:28 [47]8:32 [48]9:19
2 Corinthians
[49]12:7
Philippians
[50]1:23 [51]4:7
Colossians
[52]3:14
1 Thessalonians
[53]4:3
Hebrews
[54]10:5
1 Peter
[55]5:7
2 Peter
[56]3:9
Judith
[57]8:27
Sirach
[58]6:10 [59]11:14 [60]27:12
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Index of Latin Words and Phrases
* [61]Ad emendationem, non ad perditionem nostram evenisse credamus.
* [62]Assur virga furoris mei . . . mandabo illi ut auferat spolia,
et diripiat praedam.
* [63]Bona et mala, vita et mors a Deo sunt.
* [64]Calicem quem dedit mihi Pater, non vis ut bibam illum?
* [65]Charitas est vinculum perfectionis
* [66]Descendi de caelo, non ut faciam voluntatem meam, sed
voluntatem ejus qui misit me
* [67]Desiderium habens dissolvi, et esse cum Cristo
* [68]Deus meus, ut quid dereliquisti me?
* [69]Deus solicitus est mei.
* [70]Dilectus meus mihi, et ego illi.
* [71]Diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum.
* [72]Doce me facere voluntatem tuam
* [73]Domine ut scuto bonae voluntatis tuae coronasti nos.
* [74]Domine, quid me vis facere?
* [75]Domine, quid me vis facere?
* [76]Dominus dedit, Dominus abstulit.
* [77]Dominus est, quod bonum est in oculis suis, faciat.
* [78]Ecce ego suscitabo super te malum de domo tua, et tollam uxores
tuas in oculis tuis, et dabo proximo tuo.
* [79]Educ de custodia animam meam.
* [80]Ego Dominus formans lucem et tenebras, faciens pacem, et creans
malum.
* [81]Est amicus socius mensae, et non permanebit in die
necessitatis.
* [82]Et in terra pax hominibus bonae voluntatis
* [83]Fili mi, praebe cor tuum mihi.
* [84]Haec sit mihi consolatio, ut affligens me dolore non parcas.
* [85]Hic ure, hic seca, hic non parcas, ut in aeternum parcas
* [86]Hostiam et oblationem noluisti, corpus autem aptasti mihi; tunc
dixi ecce venio, ut faciam, Deus, voluntatem tuam
* [87]Humiles sunt, hoc volunt; paperes sunt, paupertate delectantur;
itaque beati dicendi sunt.
* [88]Impietas eorum tamquam securis Dei facta est.
* [89]In pace in idipsum dormiam, et requiescam, quoniam tu, Domine,
singulariter in spe constituisti me.
* [90]Inveni virum secundum cor meum, qui faciet omnes voluntates
meas
* [91]Ita Pater
* [92]Ita Pater, quoniam sic fuit placitum ante te.
* [93]Ne magnitudo revelationum extollat me, datus est mihi stimulus
carnis meae, Angelus Satanae, qui me colaphizet.
* [94]Nolens aliquos perire, sed omnes ad poenitentiam reverti.
* [95]Non contristabit justum quidquid ei acciderit.
* [96]Numquid vult Dominus holocausta, et victimas, et non potius, ut
obediatur voci Domini? . . Quasi scelus idolatriae est nolle
acquiescere
* [97]Obmutui, et non aperui os meum, quoniam tu fecisti.
* [98]Omnem sollicitudinem vestram projicientes in eum, quoniam ipsi
cura est de vobis.
* [99]Omnia cooperantur in bonum.
* [100]Paratum cor meum. Deus, paratum cor meum
* [101]Pater mi, si possibilie est, transeat a me calix iste.
* [102]Pater noster
* [103]Porro unum est necessarium
* [104]Quando veniam et apparebo ante faciem Dei?
* [105]Qui fecerit voluntatem Patris mei
* [106]Qui proprio Filio suo non pepercit, sed pro nobis omnibus
tradidit illum; quomodo non etiam cum illo omnia nobis donavit?
* [107]Qui vos audit, me audit.
* [108]Quid quaeris homuncio quaerendo bona?
* [109]Quis restitit ei, et pacem habuit?
* [110]Sed et hoc vanitas, et afflictio spiritus.
* [111]Si erit malum in civitate, quod Dominus non fecerit?
* [112]Sicut Domino placuit, ita factum est: sit nomen Domini
benedictum.
* [113]Tristis est anima mea usque ad mortem.
* [114]Tuus sum ego, salvum me fac.
* [115]Ut cognoscat mundus, quia diligo Patrem, et sicut mandatum
dedit Pater, sic facio; surgite, eamus hinc
* [116]Vas electionis est mihi iste, ut portet nomen meum coram
gentibus.
* [117]Verumtamen, non sicut ego volo, sed sicut tu
* [118]Voluntas Dei bona, beneplacens, et perfecta.
* [119]Voluntas Dei sanctificatio vestra.
* [120]Voluntati ejus quis resistet?
* [121]exuperat omnem sensum.
* [122]ibant gaudentes a conspectu concilii, quoniam digni habiti
sunt pro nomine Jesu contumeliam pati.
* [123]ita Pater, quoniam sic fuit placitum ante te.
* [124]nemo tollet a vobis. Gaudium vestrum sit plenum.
* [125]quare unum bonum, in quo sunt omnia bona.
* [126]quicquid hic accedit contra voluntatem nostram, noveris non
accidere nisi de voluntate Dei.
* [127]sicut luna mutatur, sapiens in sapientia manet sicut vult. . .
* [128]sufficit tibi gratia mea.
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